La religione ha contribuito alla civiltà?

Bertrand RusselIl mio concetto di religione è simile a quello di Lucrezio: la considero una specie di malattia, frutto della paura e fonte di indicibile sofferenza per l’umanità. Non nego che la religione abbia recato qualche contributo alla civiltà; ad esempio, nei tempi antichi, favorì la compilazione del calendario, i sacerdoti egiziani registrano le eclissi con tanta cura che, in seguito, poterono anche preannunciarle. Lo riconosco; ma non saprei citare altro a favore della religione. La parola «religione» non è sempre usata a proposito. Per certuni, influenzati dall’individualismo protestante, significa una serie di opinioni personali circa la morale e la natura dell’universo.

Ma questa non è religione. Essa è piuttosto un fenomeno sociale. Può darsi che le Chiese siano sorte per opera di predicatori dotati di profonde convinzioni personali, ma la loro influenza sulle Chiese da loro fondate è stata spesso molto limitata. Per contro le Chiese, da parte loro, hanno avuto molta influenza sulle comunità in mezzo alle quali prosperavano. Prendiamo un esempio di grande interesse per la nostra civiltà occidentale: l’insegnamento di Cristo, che troviamo nei Vangeli, ha ben poca rispondenza con l’etica dei cristiani. Ciò che è veramente importante nel cristianesimo, dal lato storico e sociale, non è Cristo, ma la Chiesa. Se dobbiamo giudicare il cristianesimo come forza sociale, non possiamo certo rifarci ai Vangeli. Cristo insegnò a donare ai poveri, a non combattere, a non andare in chiesa, non a punire gli adulteri. E, invece, né i cattolici né i protestanti hanno mostrato alcuno zelo nell’adeguarsi a questi insegnamenti. I francescani cercarono di insegnare la dottrina della povertà evangelica, ma il Papa li condannò, e la loro dottrina fu dichiarata eretica. Quanto poi alla massima: «Non giudicate acciocché non siate giudicati», ci si chiede quale influenza essa abbia avuto sull’Inquisizione o sul Ku-Klux-Klan. La stessa cosa si può dire del buddismo. Budda era amabile e illuminato. In punto di morte rise dei suoi discepoli che lo credevano immortale. Il clero buddista, invece, quello del Tibet ad esempio, ha portato all’esasperazione l’oscurantismo, la tirannide e la crudeltà. Non c’è nulla di casuale in questa differenza tra una Chiesa ed il suo fondatore. Non appena le asserzioni di una determinata persona divengono verità assolute, c’è tutta una schiera di esperti che si incarica di interpretarle, e sono questi esperti che, infallibilmente, diventano potenti perché dicono di possedere la chiave della verità, e, come tutte le caste privilegiate, sfruttano il potere a proprio vantaggio. Siccome, poi, il loro compito è la diffusione della verità immutabile e assoluta, diventano necessariamente contrari a qualsiasi progresso intellettuale e morale. La Chiesa si oppose a Galileo e a Darwin; ancora oggi si oppone a Freud. Nei periodi della sua maggior potenza spinse ancora più oltre la sua lotta contro il progresso intellettuale. Ne è un esempio la lettera scritta da Papa Gregorio Magno a un vescovo : «Ci è stato riferito, e ne sentiamo il rossore, che tu insegni la grammatica ad amici». Quel vescovo, per l’intervento papale, fu così costretto a sospendere la sua peccaminosa fatica, e la lingua latina non si riprese fino al Rinascimento. Non solo intellettualmente la religione è dannosa, ma anche moralmente, perché la sua etica non contribuisce alla felicità. Le Chiese si opposero all’abolizione della schiavitù e, ai nostri giorni, si oppongono a qualsiasi programma di giustizia economica, con qualche rara eccezione ben reclamizzata. Il socialismo è ufficialmente condannato dalla Chiesa cattolica.

CRISTIANESIMO E SESSO

L’aspetto peggiore della religione cristiana è il suo atteggiamento riguardo al sesso: atteggiamento morboso e innaturale che può essere spiegato soltanto se messo in relazione con lo stato del mondo civile nel periodo della decadenza dell’impero romano. Si sente talvolta parlare di migliorate condizioni della donna sotto l’impulso del cristianesimo, ma si tratta di uno dei più volgari travisamenti della storia. Ancor oggi la donna non ha una posizione tollerabile nella società. Si esige da lei unilateralmente la più rigida condotta morale. Per i religiosi la donna è soprattutto la seduttrice e l’ispiratrice di immonda lussuria.

La Chiesa ha sempre insegnato che la verginità è la cosa migliore, ma per colóro che la trovano insopportabile, ha permesso il matrimonio. «È meglio maritarsi che ardere», dice brutalmente san Paolo. Rendendo indissolubile il matrimonio e proibendo la conoscenza dell’ars amandi, la Chiesa fece tutto il possibile per creare anche in questo campo più sofferenze che piacere. La lotta contro il controllo delle nascite ha lo stesso movente: di una donna che metta al mondo un figlio all’anno, non si può certo dire che trovi piacevole la vita matrimoniale. Il controllo delle nascite deve quindi essere ostacolato. Il concetto di peccato, com’è inteso dall’etica cristiana, porta a una specie di sadismo che è considerato non soltanto lecito ma addirittura doveroso.

Prendete ad esempio il delicato problema degli ammalati di sifilide. È accertato che, con opportune misure preventive, il pericolo di contrarre la malattia può essere molto ridotto. I cristiani, però, non vogliono che se ne parli. Per essi è giusto che i peccatori vengano puniti, anche se il castigo può colpire creature innocenti. Vi sono oggi nel mondo migliaia di bimbi affetti da sifilide congenita, vittime di questi assurdi pregiudizi. Mi domando quale beneficio possa trarre la morale da dottrine così crudeli. L’atteggiamento dei cristiani è dannoso non soltanto in fatto di condotta sessuale, ma anche per quanto riguarda la conoscenza dei problemi inerenti al sesso. Esaminando il problema obiettivamente, non c’è dubbio che la forzata ignoranza in questa materia nuoce alla salute fisica e mentale dei giovani e crea in loro la convinzione che il sesso è, di per se stesso, immorale. Il fanciullo, insomma, deve limitare la propria conoscenza a ciò che riesce a capire dei cosiddetti «discorsi proibiti».

Per conto mio la conoscenza è sempre utile e necessaria a tutti, in ogni età e in qualsiasi campo, specie in questo che stiamo trattando. È più facile cadere in errore quando si è tenuti all’oscuro; ed è assurdo che il senso del peccato venga artificialmente inculcato nei giovani per combattere la loro naturale curiosità. Tutti i ragazzi si appassionano ai treni, alle ferrovie, eccetera; credete che questo interesse verrebbe meno se si dicesse loro che la parola «treno» è sconveniente e che non sta bene occuparsi di queste cose? Se si bendassero gli occhi ai ragazzi tutte le volte che devono fare un viaggio, e si creasse un’atmosfera misteriosa attorno ai mezzi di trasporto, credete che non ci penserebbero più? Al contrario, il loro interesse aumenterebbe, con in più un morboso senso di peccato. Lo stesso avviene per ciò che riguarda il sesso, in forma più grave, naturalmente, trattandosi di cosa importante e delicata : il sesso è ben più importante del treno. Nella mentalità cristiana l’argomento «sesso» deve essere tabù, sia pure con il pericolo che molti adolescenti di viva intelligenza diventino nevropatici, timidi, crudeli, ebeti. Tanti ammalati di nervi sarebbero persone normalissime se, in gioventù, avessero ricevuto una più adeguata educazione sessuale. È assurdo imporre a un fanciullo l’ignoranza di cose che egli è ansioso di conoscere. Non si potrà mai avere un popolo sano se non si aboliscono questi sistemi, e se l’educazione della gioventù continuerà ad essere controllata dalle Chiese.

Tralasciando, ora, questo argomento è evidente che le dottrine fondamentali del cristianesimo richiedono una buona dose di perversione etica in chi le accetta. Il mondo, si dice, fu creato da un Dio buono e onnipotente. Ma, prima di crearlo, egli previde tutto il male che esso implicava e ne è perciò responsabile. Perché non è esatto dire che il dolore è dovuto al peccato. Che attinenza può avere, ad esempio, il peccato con gli straripamenti dei fiumi o le eruzioni dei vulcani? E pur ammettendo che il dolore e il male siano un castigo, l’argomento non regge. Se io mettessi al mondo un figlio, sapendo che questi diventerà un maniaco omicida, sarei io il responsabile dei suoi crimini. Se Dio creò l’uomo prevedendo i peccati che avrebbe commesso, Dio è il responsabile di quei peccati e delle loro conseguenze. I cristiani sostengono che la sofferenza è necessaria quale espiazione dei peccati. Ma questo è sadismo bell’e buono, e in ogni caso è un argomento ben poco convincente. Se entriamo in un ospedale e vediamo intere corsie di bimbi, ci sembra disumano pensare che essi siano tanto colpevoli da meritare quelle sofferenze. Chiunque abbia il coraggio di asserirlo, ha già distrutto in sé ogni sentimento di pietà e compassione ed è divenuto egli stesso crudele come il Dio in cui crede. Chiunque fantastichi che tutto sia per il meglio in questa «valle di lacrime», mette a soqquadro i valori etici e deve trovare sempre nuovi cavilli per spiegare il dolore e la sofferenza.

OBIEZIONE ALLA RELIGIONE

Le obiezioni contro la religione sono di carattere intellettuale e morale. L’obiezione morale riguarda l’anacronismo dei precetti religiosi che risalgono a epoche in cui gli uomini erano più crudeli e perpetuano così abitudini contrarie alla nostra coscienza attuale. Esaminiamo, ora, l’obiezione intellettuale. In questa nostra epoca piuttosto pratica, si è propensi a chiedersi se la religione sia utile, anziché a cercare di capire se la religione sia vera: la connessione dei due problemi è evidente. Se accettiamo la religione cristiana, il nostro concetto di ciò che è buono si diversifica da quello che sarebbe se non la accettassimo. Così gli effetti del cristianesimo sembrano buoni ai cristiani, mentre sembrano cattivi ai miscredenti. Inoltre l’obbligo di credere senza approfondire i princìpi e senza cercare le prove, rende l’uomo ostile a tutto ciò che non concorda con i suoi pregiudizi. Chi ammette che ci sono verità da credere è negato a una mentalità razionale e scientifica. Non si può, dunque, stabilire se la religione sia utile, senza avere prima cercato di appurare se la religione sia vera. Per cristiani, ebrei e maomettani il problema fondamentale è l’esistenza di Dio.

In passato, quando la religione trionfava, la parola «Dio» aveva un significato definito; ma dopo gli attacchi dei razionalisti si stenta a capire cosa si debba intendere per «credere in Dio». Ne è un esempio la definizione che di Dio ci da Matthew Arnold: «Una forza al di fuori di noi che porta alla giustizia». La spiegazione in voga tra i religiosi è alquanto banale: «Io e i miei amici siamo persone di ammirevole virtù e intelligenza. Tanta intelligenza e tanta virtù non possono essere nate dal caso; deve esistere, perciò, qualcuno intelligente e virtuoso almeno quanto noi, che abbia messo in moto il meccanismo cosmico per crearci». Spiegazione che non mi convince. L’universo è vasto; tuttavia, secondo Eddington, probabilmente in nessun luogo ci sono esseri intelligenti come l’uomo. Considerando l’immensa quantità di elementi che ci sono nel mondo, gli esseri intelligenti ne rappresentano una parte infinitesimale. Di conseguenza, anche se è enormemente improbabile che le leggi del caso, da una casuale selezione di atomi, producano un organismo capace di intelligenza, è tuttavia provato che nell’universo c’è quel piccolissimo numero di tali organismi che effettivamente vi troviamo. Anche considerandoci come il massimo raggiunto in questa lenta evoluzione, non mi sembra che possiamo vantarcene troppo. Ad ogni modo mi rendo conto di essere molto meno ammirevole di tanti teologi, e di non poter apprezzare appieno coteste meraviglie del creato. Insomma, non posso fare a meno di pensare che l’onnipotenza operante da tutta l’eternità avrebbe potuto creare qualcosa di meglio. E allora dobbiamo concludere che anche questo meraviglioso risultato non è che un fiasco. La terra non rimarrà sempre abitabile; la razza umana si estinguerà, e se il processo cosmico deve avere una giustificazione nell’avvenire, la dovrà cercare in un altro posto che non sia la terra. E anche quel nuovo cosmo dovrà pur cessare presto o tardi. La seconda legge della termodinamica lascia pochi dubbi sulla catastrofe cui va incontro l’universo. Resta però una scappatoia: quando quel tempo verrà, Dio ricaricherà il meccanismo; ma così dicendo, si fanno congetture fideistiche e non ipotesi scientifiche. L’universo evolvendosi a lenti stadi su questa terra è pervenuto a risultati piuttosto pietosi, e continuando in tal modo giungerà alla sua morte naturale. Questo è quanto si può affermare scientificamente, ma la cosa non mi interessa poi troppo. Comunque, non vedo ragione per credere in un qualsiasi Dio, per quanto vago e attenuato. E non parliamo dei vecchi argomenti metafisici, che gli stessi apologisti religiosi hanno abbandonato.

DELL’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA

L’esaltazione dell’individualità dell’anima ha avuto profonda influenza sull’etica delle comunità cristiane. È una dottrina affine a quella degli stoici, sorte entrambe in comunità che non potevano coltivare speranze politiche. Il naturale istinto della persona forte e dignitosa è di agire. Se però le manca il potere politico e l’opportunità di influenzare gli eventi, questo istinto si snaturerà fino alla rassegnazione e all’apatia verso le cose di questo mondo. È quel che accadde ai primi cristiani. Sorse così la concezione di una santità personale indipendente dall’azione di una perfezione umana che poteva essere raggiunta anche da chi era negato all’azione. L’etica cristiana si trovò, così, a dover escludere qualsiasi virtù sociale. Oggi il cristiano convenzionale condanna maggiormente l’adulterio che le azioni disoneste del politico, sebbene queste ultime siano molto più dannose alla società. Nella concezione medioevale, la virtù era l’appannaggio del debole e del sentimentale. L’uomo virtuoso si ritirava dal mondo: gli unici uomini d’azione considerati santi, erano quelli che distruggevano vite e sostanze dei loro sudditi nelle lotte contro i turchi, come san Luigi IX, re di Francia. La Chiesa non santificherebbe mai alcuno per riforme finanziarie o legislative, perché tali contributi al benessere umano sono giudicati insignificanti. Non credo ci sia un solo santo, in tutto il calendario, la cui santità sia dovuta a opere di vera utilità pubblica. A questa discrepanza fra personalità sociale e morale, si aggiungono la separazione e il contrasto fra anima e corpo che sopravvissero nella metafisica cristiana e nelle filosofie derivate da Cartesio. Si può dire, generalmente parlando, che il corpo rappresenta il lato pubblico e sociale dell’uomo, mentre l’anima ne rappresenta la parte privata. Questa esaltazione dell’anima ha reso l’etica cristiana completamente individualistica e sotto l’influsso secolare del cristianesimo l’uomo è diventato più egoista, e più chiuso m se stesso, mentre per istinto sessuale, sentimento civico, affetti familiari egli sarebbe portato a uscire dal suo ego. Quanto al sesso, la Chiesa si adoprò in ogni maniera per avvilirlo. L’amor di patria non potè mai svilupparsi fra i popoli soggetti all’impero romano. Gli affetti familiari furono screditati da Cristo stesso e dalla maggior parte dei suoi seguaci. La polemica dei Vangeli contro la famiglia meriterebbe molta attenzione. La Chiesa tratta la Madre di Cristo con reverenza, al contrario di Cristo che ne mostrò poca. «Che v’è fra me e te, o donna?» (Vangelo secondo Giovanni, 2, 4). Questa, infatti, la sua maniera di parlarle. E poi ancora: «Io sono venuto a mettere in discordia il figliuolo con il padre, la figliuola con la madre, la nuora con la suocera. Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me» (Matteo, 10, 35-37). È la rottura del vincolo familiare per amore di un credo, il che ha creato un senso di insofferenza verso il cristianesimo. L’individualismo di cui abbiamo detto, culminò nella dottrina dell’immortalità dell’anima, destinata, anzi predestinata, secondo le circostanze, alla gloria eterna o alla dannazione. La differenza fra queste circostanze era regolata in modo assai curioso. Ad esempio, se uno moriva subito dopo che un prete, pronunciando determinate parole, lo aveva spruzzato con un poco d’acqua, meritava la gloria eterna; al contrario, se dopo una lunga e virtuosa esistenza, fosse stato colpito da un fulmine mentre, per un laccio da scarpe rotto, diceva parolacce, era dannato al castigo eterno. A mio giudizio, il protestante di oggi non crede a queste cose, e forse nemmeno il cattolico, ma questa è indiscutibilmente la pura dottrina rigorosamente inculcata anche oggi. Gli spagnoli nel Messico e nel Perù erano soliti battezzare i bimbi indiani prima di ucciderli così erano certi che quei bimbi andavano in paradiso. Nessun cristiano ortodosso troverà nel suo armamentario motivi coerenti per condannare tali azioni, sebbene oggi tutti lo facciano. Sotto innumerevoli aspetti la dottrina dell’ immortalità, nell’ interpretazione cristiana, ha avuto disastrosi effetti sulla morale, mentre la teoria della separazione metafisica di anima e corpo ha addirittura scardinato la filosofia.

FONTI DI INTOLLERANZA

Con l’avvento del cristianesimo si diffuse nel mondo un senso di intolleranza, dovuto, penso, alla fede degli ebrei nell’assoluta verità del loro Dio. Non so proprio perché gli ebrei avrebbero dovuto millantare tali privilegi, se non forse per reazione alla minaccia di venire assorbiti da altri popoli. Gli ebrei, e in particolare i profeti, con la loro esaltazione della giustizia personale e la loro intolleranza hanno causato guai a non finire nella civiltà occidentale. La Chiesa ha fatto molto scalpore intorno alle persecuzioni dei primi cristiani da parte dell’impero romano, prima di Costantino, quantunque tali persecuzioni siano state piuttosto irrilevanti, discontinue e di carattere prettamente politico. Dal tempo di Costantino alla fine del secolo decimosettimo, i cristiani furono molto più perseguitati da altri cristiani, che non al tempo degli imperatori romani. Prima del cristianesimo la persecuzione per motivi religiosi era sconosciuta, tranne che, appunto, fra gli ebrei. Erodoto, ad esempio, descrive senza prevenzioni i costumi dei paesi stranieri da lui visitati. Talvolta critica qualche particolare forma di barbarie, ma, in generale, dimostra molta comprensione per i riti e le usanze degli altri popoli. Non gli passa per la mente che quei popoli che chiamano Zeus con altro nome debbano essere mandati in massa all’altro mondo il più presto possibile. Invece, questo atteggiamento intollerante è stato caratteristico dei cristiani. Il cristiano moderno è divenuto certamente più tollerante, ma non per merito del cristianesimo. Questo addolcimento del costume è dovuto a generazioni di liberi pensatori, che dal Rinascimento a oggi hanno provocato, nei cristiani, un senso di sana vergogna per molti dei loro tradizionali pregiudizi. È divertente udire il cristiano odierno esaltare la dolcezza e la ragionevolezza della sua religione, ignorando che questa dolcezza e questa ragionevolezza sono dovute all’insegnamento di uomini, un tempo perseguitati dai cristiani credenti e osservanti. Nessuno crede più che il mondo sia stato creato nel 4004 a.C. : ma fino a poco tempo fa, lo scetticismo su questo punto era considerato un’abominevole colpa. Il mio trisavolo, osservando lo spessore della lava sulle pendici dell’Etna, giunse alla conclusione che il mondo doveva essere più vecchio di quanto supponessero questi ortodossi. I risultati di questi studi vennero pubblicati in un libro. Per questa offesa alla «vera» religione fu bandito dalla società e dalla vita pubblica della contea. Se fosse stato un uomo di più umili condizioni, il castigo sarebbe stato senza dubbio più grave. Non è merito del cristiano se non crede più a tutte quelle assurdità che si accettavano ancora un secolo fa, ma dei liberi pensatori che, nonostante la più vigorosa resistenza, sono riusciti a fare breccia nella cosiddetta ortodossia.

LA DOTTRINA DEL LIBERO ARBITRIO

L’atteggiamento cristiano riguardo all’argomento della legge naturale, è stato stranamente incostante e incerto. Da un lato c’era la dottrina del libero arbitrio, ammessa dalla maggior parte dei cristiani; secondo questa dottrina, le azioni umane non sono soggette alla legge naturale. Dall’altro, specialmente nei secoli decimottavo e decimonono, si considerava Dio come il legislatore, e la legge naturale come una delle prove più evidenti dell’esistenza di un creatore. In tempi recenti la dottrina del libero arbitrio ha prevalso sul principio che la legge naturale sia atta a dimostrare l’esistenza di un legislatore. I materialisti usarono le leggi fìsiche per dimostrare, o cercare di dimostrare, che i movimenti del corpo umano sono meccanicamente determinati, e che, di conseguenza, tutto ciò che noi diciamo o facciamo avviene al di fuori della sfera del libero arbitrio. Se il lavoro di un poeta o il reato di un assassino sono legati a movimenti del corpo che dipendono unicamente da cause fìsiche, non si vede perché dovremmo erigere monumenti al poeta o innalzare forche per l’assassino. A dare ascolto a certi metafisici, rimarrebbe sempre una zona di puro pensiero, dove la volontà agirebbe liberamente; ma poiché quella volontà può essere comunicata al di fuori soltanto attraverso moti corporei, il regno della libertà sarebbe precluso a ogni estrinsecazione, e privo di valore sociale. Inoltre, la teoria dell’evoluzione ha avuto una considerevole influenza su quei cristiani che l’hanno accettata. Essi hanno compreso che non basta rivendicare in favore dell’uomo facoltà completamente diverse da quelle comuni a ogni altra forma di vita. Allo scopo di salvaguardare comunque il libero arbitrio nell’uomo hanno incominciato col negare validità a tutte le leggi fisiche e chimiche, con le quali si è cercato di spiegare il comportamento della materia vivente. Il principio di Cartesio che gli animali inferiori sono automi, non trova più favore tra i teologi liberali. La legge di continuità li rende propensi ad andare ancora oltre, fino a sostenere che nemmeno ciò che comunemente si chiama materia inerte è rigidamente soggetto a leggi immutabili. Essi non si sono nemmeno accorti che, negando le leggi naturali, si abolisce la possibilità dei miracoli, poiché questi sono azioni che Dio compie contro o al di fuori delle leggi che regolano i fenomeni conosciuti. Probabilmente i moderni teologi liberali diranno che la creazione è di per se stessa un miracolo, e che perciò non è necessario ricorrere a particolari contingenze per provare l’intervento divino. Sotto l’influsso di questa reazione contro le leggi naturali, alcuni apologisti cristiani si sono impossessati delle più recenti teorie sull’atomo. Queste teorie tendono a dimostrare che le leggi fisiche, che abbiamo sostenute fino ad ora, contengono una certa verità, soltanto se applicate a un grande numero di atomi, mentre l’elettrone individuale si comporta da fuorilegge.

A mio giudizio, siamo in una fase di transizione e, quanto prima, i fisici scopriranno anche le leggi che regolano i fenomeni minimi, per quanto queste leggi possano essere considerevolmente diverse da quelle della fisica tradizionale. A questo proposito vale la pena osservare che le attuali dottrine riguardanti i fenomeni minimi non hanno rapporto con ciò che è di importanza pratica. I movimenti visibili, anzi tutti i movimenti di qualche importanza, coinvolgendo un grande numero di atomi, rientrano nell’ambito delle vecchie leggi. Per scrivere un poema o commettere un assassinio, ritorno al nostro esempio, occorre muovere una discreta massa di inchiostro o di piombo. Gli elettroni che compongono l’inchiostro possono danzare liberamente nella loro piccola sala da ballo, ma questa, nel suo complesso, si muove secondo le vecchie leggi fisiche, e questo soltanto interessa il poeta e il suo editore. Le attuali teorie sull’atomo non hanno, quindi, apprezzabili rapporti con quei problemi di interesse umano, dei quali si occupano i teologi. Il libero arbitrio rimane quel problema che è sempre stato. Comunque si pensi, e si ricorra pure ai lumi della metafisica, è evidente che, in pratica, ognuno si comporta come se quel problema non esistesse. Tutti hanno sempre creduto nella possibilità di educare il carattere; come tutti hanno sempre saputo che l’alcool o l’oppio influiscono sul comportamento. Gli apostoli del libero arbitrio sostengono che, con la forza della volontà, uno può evitare di ubriacarsi, ma non sostengono che, quando uno è ubriaco, possa pronunciare una parola difficile alla stessa maniera di quando è sobrio. Inoltre, chi ha a che fare con i bambini, sa che una dieta appropriata influisce sul loro carattere più di un’eloquente predica. L’unico effetto pratico della dottrina del libero arbitrio è quello di impedire all’uomo di perseguire questi princìpi di buon senso fino al loro ultimo corollario. Quando qualcuno ci infastidisce, lo giudichiamo subito cattivo. Ci rifiutiamo di collegare il suo contegno a cause antecedenti, facendole magari risalire alla vita prenatale e di cui egli non può essere ritenuto responsabile. Nessuno tratta un’automobile in modo insensato, come talvolta tratta un essere umano. Se l’automobile non marcia, non attribuiamo certamente al peccato il disordine del motore. Non diciamo: «Sei una macchina cattiva, non ti darò più benzina se non ti decidi a muoverti». Cerchiamo piuttosto di trovare il guasto e porvi riparo. Trattare in modo analogo gli esseri umani, è tuttavia giudicato contrario alla pedagogia della nostra santa religione. Vediamo, infatti, ciò che avviene nell’educazione infantile. Tanti bambini hanno cattive abitudini, che con i castighi non si estirpano e che forse verrebbero abbandonate se non fossero prese continuamente di mira. Ciò nonostante, tranne rare eccezioni, tutti considerano giusta la punizione, e si corre così il rischio di provocare infermità mentali. Quando in un tribunale si parla di infermità mentale, la si attribuisce sempre alle cattive abitudini, mai alle punizioni. Le riforme dei sistemi educativi sono state quasi sempre attuate attraverso studi su alienati, i quali, non essendo ritenuti responsabili delle loro azioni, sono stati trattati con metodi prettamente scientifici.

Fino a poco tempo fa, si riteneva che lo stimolo migliore per il fanciullo svogliato fossero le bastonate o le frustate. Ora questi sistemi non vengono quasi più applicati nell’educazione dell’infanzia, ma permangono nel diritto penale. È certamente giusto arrestare un uomo che ha tendenze criminali, ma altrettanto si dovrebbe fare con un soggetto affetto da idrofobia, sebbene nessuno lo ritenga moralmente responsabile. Chi è colpito da peste, va isolato, fino a che non guarisce; ma nessuno pensa che egli sia malvagio. Si tratta alla fin fine soltanto di buon senso, ma l’etica cristiana e la metafisica non sono il buon senso. Per giudicare della morale di una qualsiasi istituzione nell’ambito della comunità, occorre considerare il genere e l’efficacia dell’impulso o dell’ispirazione che è alla base dell’istituzione stessa. Questo impulso varia a seconda dei casi. Un club alpino, ad esempio, stimola il senso del rischio, una società culturale stimola il sapere. La famiglia, intesa come istituzione, stimola la gelosia e i sentimenti familiari; un circolo sportivo o un partito politico si ispira alla competizione politica o sportiva. Più complesse, nella loro essenza psicologica, sono invece le grandi istituzioni sociali : Chiesa e Stato. Lo scopo principale dello Stato è, evidentemente, la sicurezza interna ed esterna dei cittadini. Nei bambini è comune la tendenza a stringersi insieme quando hanno paura, e a cercare qualcuno più grande dì loro per sentirsi protetti. La Chiesa ha origini ancora più complesse. È palese che alla base della religione c’è la paura, poiché ogni qualvolta accade qualche disgrazia, si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze, naufragi, promuovono la religione. Tuttavia la religione solletica anche la vanità, l’orgoglio, la presunzione. Se cristianesimo è verità, l’uomo è il misero verme che si dice, poiché questo verme suscita l’interesse del Creatore dell’universo, il quale si preoccupa di noi e ci segue da vicino. Se Dio fa questo, è molto cortese nei nostri riguardi. Noi non stiamo certo a osservare un nido di formiche, per sapere quali di esse hanno compiuto il loro dovere e quali sono state negligenti. C’è poi la teoria, relativamente moderna, che l’evoluzione cosmica è tutta destinata a procurare quei risultati che noi definiamo buoni, vale a dire quei risultati che ci procurano piacere. È lusinghiero supporre che l’universo sia regolato da un Essere che ha i nostri stessi gusti e pregiudizi.

IL PRINCIPIO DELLA RETTITUDINE

Altro impulso psicologico che si trova alla base della religione, è quello della cosiddetta rettitudine. Molti liberi pensatori ne parlano con reverenza e ritengono dovrebbe salvarsi indipendentemente e a dispetto della decadenza della religione dogmatica. Su questo punto non posso convenire con loro. Dall’analisi psicologica del principio di rettitudine, risulta che esso ha le sue radici in passioni disdicevoli e quindi non dovrebbe trarre forza dall’imprimatur della ragione. Rettitudine e iniquità debbono essere prese insieme; è impossibile mettere in rilievo l’una indipendentemente dall’altra. Orbene, che cos’è in pratica, «l’iniquità»? È il comportamento che l’opinione pubblica riprova e condanna. Definendo in tal modo questo comportamento, e stabilendo un elaborato sistema di etica intorno al concetto di rettitudine, la gente giustifica le punizioni che infligge a chi è oggetto del suo biasimo. Al tempo stesso, poiché questa gente è, per definizione, retta, essa accresce la considerazione di se stessa, nel momento stesso che lascia libero il suo impulso alla crudeltà. È là psicologia del linciaggio e delie altre torture inflitte ai criminali. Perciò, l’essenza del concetto di rettitudine è di dare esca al sadismo, mascherando la crudeltà sotto la veste della giustizia.

Si potrebbe obiettare che quanto ho detto non può assolutamente applicarsi ai profeti ebraici, ai quali, secondo le mie precedenti asserzioni, risale questo principio. In tutto questo c’è qualcosa di vero: nel linguaggio dei profeti ebraici, rettitudine significava ciò che era approvato da loro e da Geova. Uguale atteggiamento troviamo negli Atti degli Apostoli: «Poiché sembrò giusto allo Spirito Santo e a noi» (Atti, XV-28). Tale genere di certezza individuale, riguardo ai gusti e alle opinioni di Dio, non può certamente essere posto a fondamento di un’istituzione. Questa è stata anche la difficoltà contro la quale ha dovuto sempre combattere il protestantesimo: ogni nuovo profeta può sostenere che la sua rivelazione è più autentica di quella dei suoi predecessori ed è bravo chi dimostra il contrario. Di conseguenza il protestantesimo si è scisso in innumerevoli sètte che si indeboliscono vicendevolmente, e c’è ragione di supporre che, fra cento anni, il cattolicesimo rimarrà l’unico effettivo rappresentante della fede cristiana. Nella Chiesa cattolica vige il tipo di ispirazione di cui godettero i profeti; vi si ammette tuttavia che fenomeni, apparentemente di pura origine divina, possono venire dal demonio, ed è compito della Chiesa discriminare fra ispirazioni vere e false, proprio come è compito dell’intenditore d’arte distinguere un Leonardo autentico da uno falso. In tal modo la rivelazione viene ad essere soggetta all’istituzione. Retto è ciò che la Chiesa approva, iniquo ciò che essa disapprova. Così, in effetti, il concetto di rettitudine diventa un fattore discriminante tra la gente per bene e quella non per bene ed è fonte di avversioni e di antipatie. I tre impulsi umani alla base della religione sono dunque: paura, presunzione e odio. Si potrebbe dire che scopo della religione è di fornire una vernice di rispettabilità a questi istinti e a queste passioni purché essi si lascino guidare docilmente. Queste passioni, nel loro insieme, portano all’infelicità dell’uomo, e pertanto la religione è una forza del male, poiché permette di indulgere ad esse sia pur sotto il manto della virtù ipocrita, mentre basterebbe una sanzione per reprimerle almeno entro un certo limite. A questo punto, prevedo un’obiezione, degna di essere esaminata: paura e odio sono sempre stati essenziali caratteristiche umane, e il meglio che si può fare, è di indirizzarli in modo che riescano meno dannosi. Il teologo cristiano dirà che il comportamento della Chiesa a questo proposito è analogo a quello riguardante l’istinto sessuale che essa deplora. Come la Chiesa cerca di rendere innocua la concupiscenza, costringendola entro i limiti del matrimonio, così essa cerca di indirizzare l’odio contro coloro che rappresentano il male. È esattamente ciò che fa la Chiesa inculcando la «sua» rettitudine. Due sono le risposte a questa obiezione. La prima è relativamente superficiale: il concetto chiesastico di rettitudine non si identifica con la rettitudine. La seconda è più profonda: con le nostre attuali cognizioni psicologiche, e con la tecnica industriale del nostro tempo, odio e paura possono venire completamente sradicati dalla nostra vita.

Esaminiamo il primo punto. L’opinione della Chiesa riguardo alla rettitudine è socialmente dannosa sotto molti aspetti, ma soprattutto perché non attribuisce alla scienza e all’intelligenza il loro giusto valore. Questo difetto ha la sua origine nei Vangeli. Cristo ci esorta a diventare come bambini, ma questi non sono certamente in grado di comprendere il calcolo differenziale o i princìpi della circolazione monetaria o la moderna terapia delle malattie. Acquisire tali cognizioni, secondo la Chiesa, non fa parte dei nostri doveri. Essa, oggi, non considera la cultura in sé come qualcosa di peccaminoso, sebbene lo sostenesse ai tempi della sua maggiore potenza. Il sapere, per la Chiesa, non è più peccaminoso ma continua ad essere pericoloso, poiché determina l’orgoglio dell’intelletto e il libero esame dei dogmi. Prendiamo, per ipotesi, il caso di due uomini, che hanno agito in modo completamente diverso l’uno dall’altro, e vediamo quale potrebbe essere il giudizio di un cristiano su di loro. Il primo ha liberato dalla febbre gialla intere regioni tropicali, ma nel corso delle sue fatiche ha avuto occasionali rapporti con donne non unite a lui dal vincolo matrimoniale. L’altro, invece, è stato pigro e inetto, ha fatto morire la moglie di esaurimento, facendole mettere al mondo un figlio all’anno; ha avuto così poca cura dei propri figli, che metà sono morti per cause evitabili. Però non si è mai abbandonato a illeciti rapporti sessuali. Ogni buon cristiano dovrà sostenere a spada tratta che il secondo di questi uomini è più virtuoso del primo. È chiaro che tale giudizio è superstizioso e si fa beffe della ragione. Tuttavia queste assurdità permarranno fino a quando si riterrà più importante evitare il peccato che guadagnarsi meriti positivi e non sarà riconosciuta l’importanza del sapere e dell’azione quale contributo insostituibile per una esistenza socialmente utile. Passiamo ora al secondo punto che riguarda la paura e l’odio, e il modo come la Chiesa se ne serve. Questi sentimenti possono venire eliminati quasi completamente dalla natura umana, per mezzo di riforme educative, economiche e politiche.

Non è difficile attuare piani educativi idonei a combattere il senso della paura. Basta trattare gentilmente il bambino, creare attorno a lui un ambiente sano in cui l’iniziativa sia possibile senza risultati disastrosi, e tenerlo lontano da persone che hanno assurdi terrori del buio, dei topi o di rivoluzioni sociali. Al bambino bisogna inoltre risparmiare i castighi severi, le minacce e i rimproveri eccessivi. Meno semplice è preservare il bambino dal sentimento dell’odio. È necessaria una scrupolosa e precisa imparzialità per impedire il sorgere di gelosie. Il bambino deve sentirsi circondato dall’affetto dei suoi, e non va ostacolato nelle sue naturali tendenze e curiosità: eccetto quando sono in pericolo la vita e la salute. In particolare, non ci deve essere alcuna restrizione alla conoscenza sessuale, o su argomenti che la gente convenzionalmente giudica inadatti. Osservando queste semplici regole fin dalla prima infanzia, il fanciullo crescerà coraggioso e socievole. È vero che, diventando adulto, egli si troverà immerso in un mondo pieno di ingiustizie, di crudeltà e di infelicità, che sono un’eredità del passato, e hanno una origine economica, poiché la lotta per la vita era, un tempo, inevitabile. Oggi non lo è più. Con l’attuale tecnica industriale, si potrebbe, volendo, procurare una discreta esistenza a tutti. Del resto la popolazione del mondo sarebbe stazionaria, se non fossimo ostacolati dall’influenza politica delle Chiese, le quali alla limitazione delle nascite preferiscono guerre, pestilenze e carestie. Con il progresso del sapere e della tecnica, la felicità universale può essere raggiunta; ma il principale ostacolo alla loro utilizzazione per tale scopo è l’insegnamento della religione. La religione impedisce ai nostri figli di ricevere un’educazione razionale; la religione ci impedisce di rimuovere le cause fondamentali delle guerre; la religione ci impedisce di insegnare l’etica della collaborazione scientifica in luogo delle vecchie, aberranti dottrine di colpa e castigo. Forse l’umanità è alla soglia di un periodo aureo; ma per poterla oltrepassare sarà prima necessario trucidare il drago di guardia alla porta: questo drago è la religione.

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